Andiamo a Teatri

 

 

 

 

 

 

 

          Nel ‘500 in Italia (anche altrove, ma ne parleremo un’altra volta) si verificò una vera rivoluzione. Una rivoluzione che riguardò un settore della vita civile apparentemente marginale, ma che alla lunga cambiò radicamente i costumi e le abitudini degli Italiani. Il cambiamento riguardò il rapporto della società con il teatro. Fino ad allora il teatro era stato graziosamente elargito dai Signori nella economia di una Festa.  Nel 1545 (prendiamo questa data documentata come momento iniziale, ma il fenomeno esisteva già da tempo) alcuni “commedianti” – era questo il nome di chi recitava – si unirono legalmente in una Compagnia e sancirono così ufficialmente il mestiere di attori. Sembra un episodio irrilevante, ma a esaminare le usanze teatrali fino a quell’epoca, e quelle successive, ci si accorge subito della incisivita’ e delle conseguenze del cambiamento.

D’altro canto gli umanisti, incuriositi e sollecitati dai testi drammatici greci e latini ritrovati nelle vecchie biblioteche dei conventi, lavoravano alla reinvenzione di uno spazio teatrale in cui ambientarli. Ma degli antichi teatri nulla si sapeva, almeno fino al rinvenimento del trattato  De Architectura di Vitruvio che illustrava fra le altre anche la tipologia architettonica dell’edificio teatrale. Comunque restava il mistero sulla organizzazione dello spazio scenico. Un aiuto agli studiosi che si cimentarono in questa ricerca venne dalla pittura: la nuova teoria prospettica sembrò sistemare “realisticamente” gli spazi rappresentati. Il disegno di Sebastiano Serlio sta a mostrarci il compromesso antico-nuovo che sintetizza lo stadio della ricerca a metà del ‘500.

Intanto nelle corti rinascimentali, fondamentali vivai di cultura e di futuro, durante le Feste indette dal Signore locale, o in onore di un ospite illustre, o per un matrimonio o un compleanno di famiglia, o per altra occasione da celebrare, tra gli  intrattenimenti cui assistevano gli ospiti e i  cortigiani c’era una rappresentazione: inizialmente uno spettacolo allegorico (un corteo, un trionfo) poi, tornati alla luce  i testi teatrali latini e greci, una vera e propria recita. Non si pensi agli spettacoli degli antichi o a quelli cui siamo abituati oggi; l’idea di teatro era rimasta sepolta tra le rovine del mondo classico per secoli e secoli, quindi quelle rappresentazioni avevano ben poco di teatrale, erano traduzioni di testi di un mondo remoto redatte dagli eruditi dell’epoca e “interpretati”, si fa per dire, da dilettanti reclutati fra  i membri della famiglia del signore e fra i cortigiani. Ciò accadeva anche quando autori contemporanei come ad esempio Ariosto cominciarono a  cimentarsi nella scrittura di nuovi testi “alla maniera” degli antichi. La rappresentazione era comunque funzione del prestigio della Corte che la indiceva insieme alle altre attrazioni della festa.

Anche lo spazio degli spettacoli risentiva di questa situazione; ridotti in rovine inespressive i teatri antichi e persa con loro la ecumenicità del luogo e del rito teatrale, per ospitare le recite furono attrezzati i saloni da ballo dei palazzi signorili, nelle forme obbligate dalla logica  dell’occasione e dello spazio utilizzato. E finchè non si decise di adibire stabilmente una sala agli spettacoli, i “teatri”  furono  allestiti provvisoriamente per le recite e smontati alla fine della festa. Proviamo ad immaginare una di queste situazioni. Lo spazio rettangolare della sala dove abitualmente si intrecciavano composte bassedanze, pavane e gagliarde, era diviso nella sua lunghezza in due zone: da un lato il pubblico, distribuito in genere su una gradinata ad U, dall’altro lato il luogo della scena con un palcoscenico rialzato che venne nel tempo delimitato da una cornice di tappezzerie o altro materiale di arredo. Al centro della U era collocata, in posizione che garantiva la migliore visuale, la pedana dove sedeva il padrone di casa con i suoi ospiti di riguardo.

 Partendo da questo primo luogo da spettacoli, ancora così poco funzionale alla “teatralita”, attraverso esperimenti e assestamenti, gli studi sul moderno spazio teatrale raggiunsero la perfezione nel cosiddetto teatro barocco, o a palchetti o all’italiana. Non secondaria a questa trasformazione fu la succitata nascita (o per meglio dire la ri-nascita) della professione dell’attore che, spostando il fenomeno teatrale dall’economia della festa a quella del mercato, rese necessari spazi teatrali pubblici ed attrezzati.

Il fenomeno teatro a questo punto esplose; soprattutto in città come Venezia in cui il ceto borghese aveva già una connotazione sociale autonoma e rilevante, il fatto di poter semplicemente acquistare un biglietto ed accedere con questo ad uno spettacolo di cui ogni spettatore poteva approvare o disapprovare la qualità, era una novità importante.  E la diffusione degli edifici teatrali  ne è testimonianza. Pensate che a Venezia, appunto, dove il fenomeno fu davvero imponente, il Doge dovette per legge limitare, ed a un certo punto proibire, la costruzione di nuovi teatri, per contenere i danni che l’eccesso di distrazione portava alla città.

Ebbene, con l’ itinerario che qui vi propongo potremo seguire l’evoluzione dello spazio del teatro nell’età moderna, visitando direttamente i prototipi e le migliori espressioni di questa affascinante ricerca, che uniscono all’interesse del fenomeno la straordinaria bellezza dei risultati.

Ho scelto alcuni dei più importanti teatri storici d’Italia che sono inseribili in un percorso  idealmente e praticamente coerente. L’itinerario è percorribile seguendo criteri diversi, anche se il più giusto sarebbe quello che tiene conto della evoluzione storica tracciata dagli edifici teatrali interessati. Mi atterrò pertanto a questa scelta nella descrizione dei luoghi, pur sapendo che motivi pratici (luogo di provenienza, possibilità di voli o di percorsi ferroviari o automobilistici) potrebbero indurvi a spaginarne le tappe.

Il punto di partenza  non può che essere il Teatro Olimpico di Vicenza.
Le sale da teatro dei palazzi oggi non ci sono più, la loro caratteristica di provvisorietà ha fatto sì che venissero prima o poi eliminate, ed anche quella che aveva  avuto vita più stabile, il teatro Mediceo degli Uffizi, che era durato fino al ‘700, ha dovuto cedere a più moderne funzionalità lo spazio che occupava.  Partiamo quindi da una sala-teatro che ha ancora alcune delle caratteristiche di quelle fino ad ora descritte, ma con qualche diversità.  A Vicenza siamo ancora al cospetto di una sala da spettacoli – stabile – inserita in un palazzo, ma per la prima volta non in un palazzo abitato da una famiglia in esclusiva, ma nella sede della Accademia  Olimpica, ed è una grande differenza: agli spettacoli che vi venivano rappresentati assistevano  non  più solo i componenti di un clan familiare allargato, ma i vari membri di una associazione culturale e probabilmente i loro parenti, i loro allievi e i loro ospiti. E  non è il solo cambiamento.
Di fronte alla cavea che, sia pure con un  fermento di novità nella forma semiovale, ricorda quella dei teatri romani, e che può ospitare fino a 400 spettatori, si alza una scenae frons che conserva la sollennità del modello antico caro agli umanisti, ma poi apre alla  ricerca scenica contemporanea con una prospettiva non più solo disegnata nelle quinte e nel fondale, ma reale (seppure artificiosa),  scavata nella profondità del palcoscenico in tre scorci plastici mozzafiato ed unici al mondo.
Il teatro era stato progettato da Andrea Palladio – cui si devono la cavea, la loggia soprastante e il proscenio – che morì senza averne completato il disegno, sì che la zona della scena per la quale il progettista non aveva lasciato indicazioni venne affidata all’architetto vicentino Vincenzo Scamozzi che ne ideò l’ illusionismo prospettico. Le strade che si addentrano dalle porte sceniche sono costruite in legno  in una geniale attuazione plastica della tecnica prospettica in base alla quale, all’epoca, si davano spazio e sfondo alla scena per mezzo di quinte e fondali disegnati. Il teatro venne inaugurato nel  1585  con una rappresentazione dell’ Edipo re di Sofocle per la quale era stata pensata la scena che poi rimase montata stabilmente.

Palladio ha lasciato altri capolavori nel vicentino, e avendo  un po’ di tempo a disposizione è il caso di fare un giro per vedere almeno un paio delle splendide Ville sparse nella campagna circostante la città.

Dunque ormai il teatro era uscito dai palazzi; il prossimo che vedremo è il primo teatro che è esso stesso palazzo, cioè il primo che occupa un edificio autonomo ed indipendente.  Siamo a Sabbioneta, a pochi chilometri da Mantova e da Parma, in quella cittadina che il Principe Vespasiano Gonzaga Colonna, suo fondatore, volle edificata secondo i principi umanistici della città ideale.

Allo stesso architetto Scamozzi che così eccellente prova aveva dato nel                                                Allo stesso Allo     Allo   stesso architetto Scamozzi che così eccellente prova aveva  dato  nel completamento dell’ Olimpico di Vicenza fu affidata la costruzione del teatro cittadino che venne realizzato fra il 1588 e il 1590.  Il Teatro all’antica (o Teatro moderno) è un vero gioiello dell’architettura e della sapienza teatrale e può essere considerato il punto di arrivo delle esperienze e delle conoscenze del secolo che stava finendo.

Gli elementi dei teatri classici già riproposti nell’Olimpico di Vicenza sono presenti anche qui: la cavea a gradoni e il loggiato di chiaro sapore romano.  La scena prospettica, fissa come quella di Vicenza, è stata ricostruita dopo la distruzione dell’originale. Ma qualche segnale ci dice che l’interesse per le sale da spettacolo sta aumentando e si lavora per migliorarne le funzionalità ottiche ed acustiche. Nel teatro di Sabbioneta un segno di questa intenzione lo si vede nella forma della cavea che nella parte più vicina alla scena si apre a corolla non solo aumentando il numero dei posti disponibili (che sono solo un centinaio, è un piccolo teatro),  ma rendendovi senz’altro migliore la visuale.

Da Sabbioneta la cronologia ci chiederebbe di spostarci a Parma. Anche qui c’è un teatro costruito fuori delle mura del palazzo ducale. Il complesso del palazzo della Pilotta   infatti era stato scelto dai Farnese come insieme di edifici adibiti ai servizi accessori della Corte ed ospitava, oltre al salone divenuto poi sala da spettacolo,  una corte d’armi, le scuderie, la rimessa delle carrozze, un gran cortile in cui i soldati giocavano alla pelota (da cui il nome) e diversi altri ambienti aggiunti nel tempo  e  destinati ad usi diversi. Il Teatro Farnese

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venne costruito intorno al 1618 da Giovanni Battista Aleotti con i criteri tipici del teatro di palazzo: i materiali – legno e stucchi dipinti – ne ricordano subito la “provvisorietà”, dal momento che l’uso teatrale ne era effimero;  la forma della cavea è ad U come quella dei saloni da ballo prestati temporaneamente al teatro, ma l’enorme dimensione dell’ambiente (può ospitare circa 3000 spettatori)  palesa l’intenzione di  utilizzi ben più stabili e non solo strettamente teatrali: quello spazio tra i bracci della cavea poteva ospitare tornei, danze, giostre e quanto di spettacolare la corte poteva offrire. Ma soprattutto lo spazio era   funzionale a quella superfetazione della rappresentazione drammatica che erano gli Intermezzi.

Ho già accennato alla prova cui erano sottoposte l’attenzione e la pazienza degli spettatori dalle commedie antiche o “all’antica”: la classica scansione in 5 atti di testi anacronistici e remoti rendeva lo spettacolo francamente pesante.

(Sarebbe opportuno dire che accanto alle erudite imitazioni dei testi classici gli scrittori del Cinquecento avevano prodotto sofisticate citazioni dell’antico in cui avevano calato la ribollente attualità storica dell’Italia dell’epoca, una per tutte La Mandragola di Machiavelli, ma contro queste scritture si alzò un muro censorio che stroncò sul nascere la vera unica possibile attualizzazione politica dell’ italum acetum aggiornato e rivisitato; ma questo è veramente un altro discorso.)

Tornando agli spettacoli rinascimentali, si era cercato dunque di alleggerire le serate teatrali inframezzando agli atti del testo drammatico degli intermezzi  cantati o danzati. Ben presto, liberi com’erano -loro- da regole classiche vere o presunte e  affidati alla creatività di una genìa di operatori  orientati verso la sbrigliata inventiva barocca apprezzata dagli ambienti intellettuali dell’epoca  (del poeta il fin stava  diventando la meraviglia) gli  intermezzi divennero da subito il clou delle serate teatrali.  Da questo alla autonomizzazione degli intermezzi il passo fu breve. Suddivisi anch’essi in atti che si alternavano a quelli della commedia, si liberarono ben presto della dipendenza dallo spettacolo originario e si orientarono in direzione del “recitar cantando” e cioè del nascente melodramma.

Così il Nuovo era entrato a teatro: nelle piazze -per ora- i “comici professionisti” della Commedia dell’Arte (cioè dell’ “arte”, del “mestiere” di attori),  e nelle sale,  opportunamente attrezzate, le seduzioni e le meraviglie del nascente melodramma: fine del Rinascimento, viva il Barocco; spazzata via dalla censura controriformista la “pericolosa” parola, salgono sui palcoscenici il gesto ed il canto. Viva l’Italia!

(Il sarcasmo che suscita la lettura storica di questo processo non deve farci dimenticare però che la Commedia dell’Arte ed il Melodramma sono state straordinarie invenzioni assolutamente italiane che hanno esportato e diffuso la nostra genialità  in tutto il mondo con risultati eccezionali ed imperituri. E anche questo è un altro discorso).

Ma torniamo ancora agli spazi del Teatro Farnese. La vera novità di questa immensa sala si trova soprattutto nel palcoscenico. Infatti l’area  riservata alla scena era enormemente aumentata rispetto a quelle dei teatrini dei palazzi e ciò perchè la fantasia e la inventiva dispiegate negli Intermezzi richiedevano un amplissimo

palco ed un altrettanto spazioso retroscena dove  collocare e  far agire le macchine per quelli che oggi chiameremmo gli “effetti speciali” richiesti dal nuovo genere teatrale. Il teatro musicale, con vicende e ambientazioni sempre più impegnative, ebbe necessità dell’intervento di un’ inedita professione dello spettacolo, quella dello scenografo, mestiere nel quale gli italiani ancora una volta furono maestri internazionalmente riconosciuti, apprezzati e richiesti.

Fra il Teatro Farnese e i prossimi due che visiteremo passa quasi un secolo e mezzo. In questo tempo la forma  del teatro barocco si è evoluta fino ad arrivare alla perfezione degli edifici teatrali che ancora oggi utilizziamo per i nostri spettacoli; ha raggiunto cioè un optimum funzionale che potrà essere mutato soltanto da una totale rivoluzione dello spazio e della concezione stessa del teatro. E questo è un altro discorso ancora.

Le nostre prossime tappe saranno quindi Mantova e Bologna dove vedremo attuata l’evoluzione di quella ricerca iniziata nei teatri a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, che andava in direzione di un ampliamento dell’ utenza degli spettacoli e della ottimizzazione acustica ed ottica delle nuove sale.

Il cambiamento più  vistoso ora riguarda la cavea: nei teatri barocchi lo spazio destinato al pubblico è stato aumentato eliminando i gradoni e sostituendoli con una postazione orizzontale – quella che oggi chiamiamo platea – ed una verticale, costituita dall’elemento che sarà la caratteristica di questa tipologia teatrale, e cioè i palchetti.

Segno indiscutibile di differenza, i palchetti rappresentarono per molto tempo la geografia sociale dell’Italia, separando nettamente il popolo, che veniva alloggiato (spesso in piedi) nella perigliosa ed indifesa platea,   ed i nobili che gerarchicamente si disponevano nella corona dei corridoi soprastanti, divisi in separés usati dai titolari come prolungamenti dei salotti di casa.

Il Teatro Bibiena, o Scientifico, di Mantova, costruito appunto da Antonio Bibiena su richiesta dell’Accademia dei Timidi ed autorizzazione di Maria Teresa d’Austria che governava su Mantova dalla caduta dei Gonzaga, fu inaugurato nel 1769.

Come nel caso dell’Olimpico di Vicenza, si tratta del teatro di un’ Accademia e questo ne condizionò la struttura: era infatti destinato ad ospitare non solo rappresentazioni drammatiche, ma anche  concerti, convegni e altre attività accademiche, da cui il nome “Scientifico”.  L’idea che è alla base del progetto del Bibiena è quella illuminista della circolarità del sapere che l’architetto trasferisce anche alle linee ed allo spazio prolungando i palchetti della sala (elemento ormai acquisito dal teatro barocco) nelle gallerie della scena fissa (citazione dell’antico, ma anche dell’Olimpico di Vicenza) che chiude il palcoscenico. La pianta allargata nella forma a campana permetteva un aumento della visuale ai palchi ed alle posizioni terminali dei laterali della curva; lo spazio  (circa 300 posti soltanto) era dimensionato alle destinazioni d’uso.

Ovviamente a Mantova non c’è solo il teatro, la città è di bellezza inestimabile.

L’ultimo teatro di questo nostro giro è Il Comunale di Bologna.

Costruito anch’esso dal Bibiena, fu il primo teatro d’opera edificato con fondi pubblici e gestito dalla città; siamo ormai alla logica conclusione, formale e sociale del percorso evolutivo della  sala da spettacolo. Nella sua perfetta compiutezza il Comunale assomma tutte le caratteristiche del teatro barocco.

Anch’esso presenta la pianta a campana cara al Bibiena ed è dotato di un’ acustica eccezionale. Nonostante numerosi interventi di restauro conserva buona parte delle strutture originarie, compresa una macchina che sollevava la platea per portarla al livello del palcoscenico al fine di ampliare la sala per feste ed occasioni cittadine.

Il teatro ospita circa 900 spettatori tra i posti di platea, i quattro ordini di palchetti e il loggione. Non è facile trovare i biglietti. Se vi interessasse vederlo in attività dovreste cercarli con molto, molto anticipo.

E adesso qualche informazione pratica: tutte le città toccate da questo giro hanno nelle vicinanze un aeroporto e sono assai facilmente ragguingibili in macchina o in treno. Se  decideste di arrivare per ferrovia, suggerirei di stabilire già sulla carta l’itinerario e poi di prendere in affitto all’arrivo una vettura da riconsegnare magari nella città che conclude il viaggio, per evitare un inutile ritorno.

Per dormire e mangiare ho elencato, in ogni città, alberghi e ristoranti confortevoli e vicini ai luoghi di interesse. Per i cibi ho privilegiato ovunque la cucina del territorio (e ne vale la pena!).

VICENZA

Aeroporto di Verona

alberghi:

Boutique Hotel,  Via Giuriolo 10 – tel 0444 326458,

 B&B Villa Valeri, via Fusinieri 66 – tel. 334 1184884

Anais Bed and Breakfast, via Trissino 83 – tel.  348 7295257

ristoranti:

Antica Osteria al Bersagliere, Contrà Pescaria 11 – tel.   0444 323507  (chiuso Domenica sera e Lunedì)

Isetta,   Via Pederiva 96, Grancona (Vi) – tel.  0444  889521 (chiuso Martedì sera e Mercoledì) – (anche camere: E 46 la doppia con bagno, wi-fi)  22 km da Vicenza,

 

PARMA

Aeroporto  di Parma  

alberghi

Hotel Stendhal, via Bodoni 3 – tel. 0521 208057, un classico, vicinissimo al teatro

B&B  Parmacentro,    Strada D’Azeglio 46 int. 1 – tel. 366 2649565, 320 5573663

B&B  San Francesco, Borgo Retto 6 – tel. 339 8105012

ristoranti

Ai due Platani, Strada Budellungo  104, Coloreto di Parma –  tel  0521  645626  (chiuso Lunedì sera e Martedì)

Trattoria Rigoletto, Borgo Ronchini 4/b – tel.0521 234852  (chiuso il Martedì)

Ristorante Antichi Sapori,  strada Montanara 318 –  tel.  0521 648165  (chiuso il Martedì) un po’ fuori città (11 km da Parma)

Ristorante Stella d’oro, via Mazzini 8 Soragna –  tel  0524  597122  (mai chiuso)  (un po’ caro, ma ne vale la pena) anche camere  (37 km da Parma)

 

MANTOVA

alberghi

Hotel Broletto, via Accademia 1 – tel. 0376 326784

B&B Abbazia,via Bettinelli 19 – tel. 0376 222867  o  0376 6322329

B&B Armellino, via Cavour 67 – tel. 346 3148060

Residence al Podestà,  via Tassoni 19 – tel.  0367 380509

ristoranti:

Trattoria Due Cavallini, Via Salnitro 5  –  tel 0376 322084 (chiuso il Martedì)

Antica Osteria ai Ranari, via Trieste 11 –  tel  0367 328431  (chiuso il Lunedì)

 

BOLOGNA

Aeroporto di Bologna

alberghi

Hotel Roma, via M.D’Azeglio 9, tel. 051 226322

Hotel Best Western San Donato, via Zamboni 16 – tel 051 235395

Albergo Rossini, via  dei Bibiena 11 – tel  051 232412

B&B ai Teatri, via Goito 14 – tel.  328 2644533,  328 1822550

B&B Casa Ilaria, Largo Respighi 8  tel 051  41424760 (davanti al teatro)

ristoranti

Osteria  Bottega,  via Santa Caterina 51 – 051  58511  (chiuso Domenica e Lunedì)

Caminetto d’oro, via dei Falegnami 4 – tel  051  263494 (chiuso Domenica) un po’ più caro

Il Tinello, via de’ Giudei 1/c –  tel.  051  221569  (chiuso Domenica)

Trattoria Belle Arti,  via Belle Arti 14 –  tel.  051 225581,   (sempre aperto)

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